NONOSTANTE TUTTO…FACCIO L’AVVOCATO!
di Daniele Chiezzi
In questi giorni è ricorrente nella mia mente la riflessione sull’affermazione che precede.
Di spunti ce ne sono sin troppi: tutti negativi per la professione.
Ma è un fatto “banale”, letto sui giornali di recente, che ha scosso la mia mente, inducendo questi pensieri.
Ecco il caso di cronaca.
Una madre, affranta dall’atroce destino che le ha portato via il figlio per mano criminale, si è scagliata contro il proprio avvocato (peraltro donna) perché ha accettato – “nonostante” tale mandato, quale patrono di parte offesa, in un efferato infanticidio – di difendere (in altra vicenda) un ipotetico omicida.
L’assistita (secondo le notizie giornalistiche) avrebbe revocato il mandato alla Collega ritenendola ormai “incompatibile” con la propria posizione di parte offesa.
La replica dell’avvocato è stata netta, chiara e di una semplicità assoluta: “faccio l’avvocato”.
Vicenda inconsueta, ma emblematica per la nostra professione. Direi di più: per la libertà della nostra professione.
Per comprendere quanto sia stata esaustiva la secca risposta della Collega è necessario possedere il bagaglio culturale del ruolo dell’avvocato nel sistema “giustizia” ed in particolare del difensore (non importa di quale parte) nel processo penale.
E qui sorge il vero dubbio: quanto è diffusa questa cultura e quanto viene “inquinata” da tutto ciò che oggi ci circonda e “si muove” intorno a noi?
Nel totale rispetto che è comunque dovuto ad una madre, colpita nel modo più profondo, appare, dalla vicenda in esame, che il cittadino “comune” sia oggi sfornito di quel bagaglio culturale; bagaglio però necessario per comprendere la normalità di due difese opposte, da parte dello stesso avvocato (ovviamente in vicende distinte).
L’avvocato può difendere contestualmente un imputato di omicidio ed un prossimo congiunto di una persona uccisa, poiché “libero” nello svolgimento della propria attività professionale.
Libero nelle proprie scelte, libero nelle proprie valutazioni, capace di applicarsi con massima dedizione ad entrambi i casi – distinti – da opposti versanti, senza dover render conto ad alcuno.
Figlio della propria formazione culturale e professionale, capace di dedizione “alla causa” in quanto non condizionato da fattori esterni; forte della medesima conoscenza della tecnica di un processo che è (e non deve essere diversamente!) processo di parti.
Ove talvolta si è “di qua” e talvolta si è “di là”, sempre e comunque chiamati a rispondere al proprio impegno ed al cliente per la singola vicenda che ci vede al suo fianco.
Consapevoli di non potere e non dover accettare un incarico che non si è in grado di poter svolgere con professionalità ed adeguato impegno.
Al medico si chiede di agire “secondo scienza e coscienza”, il concetto per l’avvocato dovrebbe essere assolutamente lo stesso!
Tutto questo oggi è messo in dubbio da più parti.
E troppo più spesso ricorre la triste domanda: “avvocato, come fa a difendere quello là?”
Come se la difesa spettasse soltanto ai meritevoli e non a qualsiasi essere umano, senza distinzione di razza, religione, sesso, condizione personale…
E’ in corso – e non da oggi – un attacco alla libertà dell’avvocato, che induce verso un disvalore della professione.
Tutti predicano la salvaguardia della formalità (la difesa appare esserci per chiunque) ma ben pochi predicano ormai la tutela della parità delle parti, con ciò travolgendo il ruolo dell’avvocato.
Ma la dignità della professione non è attaccata solo dall’esterno e l’atteggiamento “commerciale” da parte di frange sempre più consistenti dell’avvocatura si riverbera persino nelle iniziative – a dir vero piuttosto sconclusionate – che si sono levate contro le ultime aggressioni normative, con argomentazioni non certo rivolte alla salvaguardia dell’alto ruolo, bensì di ben più banali problemi di “bottega”
Pensare – e non solo dall’esterno – di trattare “la difesa” come un’attività d’impresa, indurla a regole commerciali, equivale togliere quella libertà, condizionando “le scelte”, limitandone forze, creatività, capacità di incidere, non solo sul singolo esito processuale, ma anche su quella elaborazione di pensiero che ha sempre tenuto l’avvocatura innanzi ai progressi del diritto e di quello penale in particolare.
Relegando e relegandosi, ormai, la “classe forense” in una posizione di retroguardia, volta all’involuzione piuttosto che al progresso.
Il pensiero della notula corre ormai oltre la lettura delle carte processuali ed i conti – da far sottoscrivere al cliente – anticipano il mandato!
Determinando ed accettando legami economici “indissolubili” tra una certa clientela forte (quella che può permetterselo!) ed un’avvocatura debole (che subisce e non reagisce) si attenta alla capacità dei singoli avvocati di poter accettare un mandato perché convinti di poter difendere al meglio delle proprie capacità il soggetto che vi si rivolge.
La vicenda che mi ha indotto queste riflessioni è figlia di questi tempi, della sfiducia e del “sospetto” che la società ripone nei confronti dell’avvocato e dell’incapacità dell’avvocatura di rialzare la testa.
Ecco “l’apparenza” di un mutamento genetico dell’avvocato: un “bieco cacciatore di affari” che ha ormai quale unico fine il lucro (ben altra cosa stava a significare il termine “onorario”, elargito con gratitudine per l’impegno profuso, che non era in sé finalizzato a vil pecunia!); che quindi deve essere allontanato allorché si mostra inaffidabile per aver assunto ruoli opposti in distinti processi.
Insomma: un avvocato ormai destinato – anche per legge dello Stato – ad avere sempre meno clienti: possibilmente uno solo, magari anche timbrando il cartellino!
Ma come la Collega, che degnamente ha saputo rappresentare sé stessa e tutta la categoria, “non mi smonto” e continuo a fare - nonostante tutto – l’Avvocato.