INTERVENTO AL XXVIII CONGRESSO NAZIONALE FORENSE
di Ettore Randazzo , Presidente UCPI
Nella storia delle associazioni, delle categorie, degli individui, esistono momenti in cui bisogna scegliere da che parte stare. I penalisti italiani, di fronte ad un attacco frontale e demagogico alla funzione dell’avvocato, non hanno avuto esitazioni: siamo dalla parte di una professione che fonda la sua ragion d’essere sulla tutela dei diritti, sulla difesa della libertà.
Qualcuno non ha compreso che in questo momento è in discussione la funzione ed il ruolo dell’avvocato nella sua intima essenza, cioè nella sua autonomia ed indipendenza, nel suo ruolo sociale. Bersani ha mercificato la contesa innalzando parole d’ordine bugiarde, come la tutela dei consumatori, la liberalizzazione, la civiltà che avanza da un’Europa spesso invocata a sproposito, senza comprendere che non si possono espropriare libertà e diritto proprio a coloro che nei tribunali, negli studi, nelle aule universitarie, di questo binomio hanno fatto ragione di vita.
Oggi, per una volta tutti, e proprio tutti, di ogni anzianità ed ideologia, non possiamo che ribellarci alle ottuse aggressioni normative scagliate contro l’Avvocatura, rafforzate da alcuni organi di stampa miopi o ignavi, sempre pronti a trovare corporazioni ovunque tranne che in casa propria. Con l’occhio nel buco della serratura della storia, ma senza mai dar voce -e soprattutto dignità– alle nostre ragioni, in gran parte i media hanno dedicato inni ed elogi ad un improbabile liberalizzatore, senza accorgersi che il loro eroe introduce una gabella per far causa allo Stato, concede licenza di pubblicità falsa ed ingannevole, taglia le spese di giustizia condannando a morte il giusto processo, e fa ciò a tutto danno dei più deboli ed a vantaggio delle vere, grandi corporazioni.
L’Unione delle Camere Penali intende ribadire la voglia di unità degli avvocati italiani, obiettivo prezioso ma non raggiunto, da salvaguardare ed esaltare soprattutto in questi frangenti e da contrapporre fieramente a quanti vorrebbero liberarsi della nostra fastidiosa libertà. Se volete, consideratelo un concorso esterno, tanto il risultato non cambia. Nessuno, proprio nessuno, conoscendo la storia dell’Unione delle Camere Penali potrà dunque stupirsi della nostra posizione: anche quando ci occupiamo di noi stessi, continuiamo a difendere le ragioni di tutti.
Lo abbiamo dimostrato anche dando ai nostri iscritti l’indicazione di astenersi con l’avvocatura intera dall’attività giudiziaria. Il nostro documento del 14 settembre scorso lo dice chiaro, stigmatizzando nella Bersani l’impostazione liquidatoria e punitiva della libertà e della indipendenza della professione forense, e rilevando come talune delle misure accolte, come la riduzione delle spese di giustizia, colpiscono la generalità dei cittadini impedendo la realizzazione del giusto ed equo processo e non costituiscono soltanto una brutale aggressione ad una categoria professionale.
Lo abbiamo dimostrato sostenendo che i mali dell’avvocatura sono nella mancata riforma dell’ordinamento forense, nel mancato rinnovamento delle regole di accesso e aggiornamento, nella mancanza di un riconoscimento giuridico delle specializzazioni, nella scarsezza dei meccanismi di verifica deontologica. Tutti mali dei quali, onestamente, non possiamo che riconoscere parte di una storica responsabilità, ma dei quali siamo consapevoli, e –per quanto ci compete- pronti a sconfiggerli.
Non sarà facile, però.
Non sarà facile opporsi alla iattanza demagogica dei Bersani di turno, così come non sarà facile liquidare le resistenze antiche di chi, tra di noi, vede nella toga solo il mantello che copre l’interesse particolare. Sarà necessario, innanzi tutto, utilizzare il confronto, la dialettica, il rispetto incondizionato per le opinioni altrui: le nostre cose, insomma, in fondo “soltanto” gli strumenti del mestiere.
Ma soprattutto sarà necessario, anche oggi, qui, parlare il linguaggio franco, magari rude, che si deve a colui che combatte nella stessa trincea.
Per la prima volta nell’ultimo decennio, prendiamo la parola in un congresso forense; lo facciamo perché abbiamo apprezzato alcuni, pur insufficienti, segnali. Qui rendo merito al Presidente del CNF di essersi concretamente impegnato per raggiungere un traguardo fondamentale e oggi meno lontano: la restituzione all’avvocatura della sua assise annuale, troppo a lungo presidiata da chi ha oggettivamente finito -suo malgrado- col disunirla. Il risultato, non secondario e anzi eloquente, ossia l’intestazione del congresso al solo CNF, è stato conseguito dall’amico Guido Alpa e da quanti, associazioni e ordini forensi, con lui si sono generosamente spesi nella individuazione di un percorso diverso in direzione di una effettiva e condivisa aggregazione dell’avvocatura.
Sono qui, tuttavia, anche per motivare di persona la nostra assenza dal congresso, al quale non partecipiamo, mi auguro per l’ultima volta.
L’organizzazione gemellare di un congresso già curiosamente bifasico sull’asse Milano-Roma, frutto di un laborioso, sofferto compromesso, è a dir poco ambigua, mentre ingenuo sarebbe ogni tentativo di minimizzare la sostanziale co-gestione dell’OUA, ciò che basterebbe di già ad impedirci –nel rispetto di nostre precise e reiterate delibere congressuali- di essere presenti.
Del resto, pur adoperandosi tempestivamente e intensamente in questa che nella spontanea reazione unitaria di tutte le componenti forensi vede l’unico, involontario, merito della Bersani, questo organismo ha dimostrato, anche nell’affrontare l’affaire competitività, la debolezza congenita e insuperabile, e in definitiva gli effetti pratici dei limiti, subito da noi denunciati e ormai radicati, che contrastano con la pretesa di rappresentare l’avvocatura: soppressione per incorporazione delle minoranze associative, correlativo ostinato rifiuto di una soluzione federativa che valorizzi e non elimini la specificità delle associazioni, negazione di una rappresentanza autenticamente politica che come tale non venga contraddittoriamente alimentata (e non solo metaforicamente …) da una cospicua linfa di quelle istituzioni delle quali vorrebbe essere l’alternativa.
E passando dall’astrazione alla concretezza della nostra attività politica, le Camere Penali rispetto ad altre componenti dell’avvocatura hanno, probabilmente più per la natura delle loro rivendicazioni che per merito dei suoi esponenti, una storia e una visibilità diverse; le nostre battaglie in difesa dei diritti della persona hanno prodotto risultati (dall’inserimento in Costituzione dei principi del Giusto Processo alla disciplina delle indagini difensive) impensabili per un’associazione privata, l’unica ad esser citata persino nel codice di procedura penale per la particolare qualificazione acquisita sul campo per la formazione dell’avvocato. Se dovessimo sottoporre ogni iniziativa, ogni protesta, ogni astensione, ad un organo apparentemente democratico in cui potremmo avere il 5 per cento dei voti, oltre a dover attendere che esso si riunisca e si pronunci (mentre noi, per maggiore agilità, abbiamo previsto che la Giunta decida senza nemmeno consultare il nostro “parlamentino”), condizioneremmo la nostra azione politica alla condivisione della maggioranza dell’avvocatura. E finiremmo con annullarci in essa.
Per queste ragioni reclamiamo un’unità che tenga conto delle specificità di settore, un’unità delle associazioni che non attinga alle istituzioni forensi, le quali appunto in quanto tali devono gestire altre, non meno importanti faccende. Quel che ci preoccupa, tra l’altro e quale ulteriore effetto non voluto, nonché riprova di una innegabile inadeguatezza, è una innaturale quanto inesorabile osmosi tra entità così esposte alla reciproca contaminazione: un organismo politico “stampellato” significativamente dalle istituzioni (e reso perciò ancora più zoppicante), e un organismo istituzionale, come tale del tutto inadatto alla politica dell’avvocatura, indotto talora dalle stesse inidoneità sopra rilevate a supplire, quasi inevitabilmente ma non meno impropriamente, alle carenze del primo e dunque a inquinare la sua natura. Non voglio nemmeno pensare ad altre istituzioni forensi, la cui occasionale sovraesposizione politica, assolutamente ingiustificata, è dipesa in questo periodo solo dall’esuberanza di chi le rappresenta.
All’esterno, intanto, proprio nell’occasione in cui dovevamo esprimere il meglio di noi, sono affiorate inesorabili le conseguenze della insufficienza, se non della inidoneità, rappresentativa: un’immagine dell’avvocatura improntata ad una sconfortante, confusa e passiva permeabilità persino del sacrario della sua libertà, ad opera di varie e disomogenee entità: da istituzioni forensi che appunto dovrebbero occuparsi di tutt’altro a partiti politici che ovviamente invece (e in questo caso con profitto) si occupano proprio di … cogliere le occasioni.
Mi riferisco a quel che è accaduto, soprattutto e rumorosamente, il 21 luglio scorso all’Adriano, alla cui manifestazione avevamo deciso di partecipare, concordando –per la preoccupazione che l’imprevedibile regime assembleare favorisse improvvide degenerazioni- la linea da tenere con i rappresentanti dell’avvocatura istituzionale e associata. L’assemblea poi puntualmente degenerò in corteo con relativa “marcia” su Palazzo Chigi con fischietti, berretti, striscioni e tamburi da stadio, mentre il documento predisposto con tutti i responsabili forensi, noi compresi, era desolatamente rimasto soltanto il ricordo di una giornata da dimenticare.
I primi obiettivi “politici” della battaglia dell’avvocatura dovevano essere quelli di rimandare al mittente l’omologazione mercantile di una professione che, unica rispetto alle altre, assume un rilievo costituzionale oltre a quello –vorrei dire solito- di non essere identificati con questo o quel partito politico. Obiettivi, dunque, che andavano perseguiti rigettando atteggiamenti caricaturalmente sindacali per un motivo sostanziale: facendo “come i tassisti” (e ciò dico con il massimo rispetto per questa categoria) abbiamo concesso al Governo, ed ad una opinione pubblica riottosa a comprendere le nostre ragioni, di qualificare la nostra opposizione alla legge come pura ostilità corporativa, peraltro sponsorizzata politicamente.
Proprio sul piano della comunicazione, quel tipo di manifestazione non solo è stato sbagliato, ma addirittura funzionale a due diversi ed opposti opportunismi: quello del Governo e quello di improvvisati amici degli avvocati (e dei farmacisti, e dei commercialisti e di chissà chi altri), non a caso posti in testa alla manifestazione.
Ciò non ha per nulla aiutato né l’unità di un’avvocatura in cui per tutti è difficile riconoscersi, né la causa per la quale tutti ci stiamo battendo; ciò ha relegato l’iniziativa dell’avvocatura negli spazi, per una volta mediaticamente non ridotti, della mera cronaca sindacale e folcloristica. Ancora più gravemente, chi pretendeva di rappresentare l’avvocatura era stato passivamente travolto, e –lungi dal tentare di evitarlo- aveva finito con l’accodarsi a un corteo che avrebbe voluto scongiurare; ciò nel tentativo di mascherare uno smacco macroscopico alla sua stessa leadership.
Allora, dobbiamo chiederci: possiamo affidare le nostre sorti a chi –in ragione delle rispettive funzioni- non può, non sa, o non vuole occuparsi della politica dell’avvocatura? possiamo riconoscerci nella deformazione dell’Adriano, o evitare che proprio qui si seminino i germi di una rovinosa replica della defenestrazione dei suoi vertici per poter poi depredare beffardamente quella che associativamente appare sempre più una nave senza nocchiero in gran tempesta?
Abbiamo constatato con piacere come la nostra critica sia condivisa anche da altre componenti dell’avvocatura, tra i quali –con mia particolare soddisfazione- l’Unione degli Ordini Forensi Siciliani. Nel suo documento congressuale si coglie, tra l’altro, l’auspicio che la recente esperienza dell’Adriano debba servire da monito, non tanto per il discutibile effetto mediatico, quanto per l’intollerabilità del fatto che un’assemblea di grande rilievo (quale l’avvocatura italiana offrirà in Congresso) subisca la negativa influenza di estemporanee (ancor peggio se preordinate) iniziative.
Il dovere di tutti, oggi, qui, è di insorgere contro ogni imboscata, da chiunque provenga, e di riaffermare, rivendicare e pretendere l’autonomia, la dignità, la libertà dell’avvocatura. Come? Non ci sono unguenti miracolosi e comunque noi non ne conosciamo; tuttavia, è indispensabile perseguire rigorosamente, per poterla opporre ai nostri avversari, una solida professionalità e pretendere sia una modifica urgente ed adeguata della famigerata normativa, sia una legge professionale che opponga ai nostri nemici la valorizzazione e l’esaltazione della nostra funzione.
Il nostro vessillo deve essere un’avvocatura professionale, seria e specializzata, che faccia fronte all’inondazione letale dei numeri e sia posta in condizione di mantenere la sua dignità senza eroismi.
Tempo fa il mio amico Tullio Padovani, Avvocato e Professore di eccellenza nonché punta di diamante del nostro Centro Studi, a chi gli chiedeva una ricetta contro i mali della giustizia, rispose con dissacrante provocazione: Non ci resta che andare tutti a Lourdes, perché –per dirla con Heidegger- ormai solo un Dio ci può salvare.
Mentre ci prepariamo per il pellegrinaggio, magari questa volta senza … gemellaggi organizzativi, è nostro dovere protestare, appellarci alla serietà e al buon senso di tutti i garanti, istituzionali e non, della legalità, senza nascondere l’amarezza di un’avvocatura che in realtà non vuole crocifiggere nessuno, spera di sbagliarsi nella sua analisi, confida ostinatamente e forse irragionevolmente nel buon senso dei governanti, ma ritrova la sua vera unità nel rivendicare fieramente e unanimemente l’onere e l’onore di non arrendersi mai a nessuna iniziativa, legislativa e non, che intenda cancellare, mortificare o degradare la sua affascinante, incantata, immortale funzione.
I penalisti, come sempre, faranno la loro parte.
Roma, 21-9-2006
Ettore Randazzo, presidente